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Machiavelli, il dramma dello scienziato della politica nell’era degli ideologi

TORINO – La presentazione della nuova edizione di “Tutte le opere” di Niccolò Machiavelli con la prefazione di Michele Ciliberto (edizioni Bompiani), che si è svolta nella quarta giornata (13 maggio) del Salone internazionale del libro di Torino, ha offerto spunti interessanti nell’inquadramento storico e filosofico di uno degli autori più citati e meno conosciuti. A fornire una diversa interpretazione dell’autore de Il Principe, accanto proprio al professor Ciliberto e al governatore della Toscana, Enrico Rossi, è stato Massimo Cacciari

L’ex sindaco di Venezia ha voluto subito stigmatizzare le banalizzazioni che spesso mistificano il pensiero del padre della scienza politica: “Bisogna smantellare il mito che la filosofia di Machiavelli si riduca ad un aspro disincanto, un richiamo alla verità effettuale come dato di fatto. Nella verità effettuale di Machiavelli c’è anche la virtù, il dovere di trasformare la realtà. C’è un vincolo tra potere e dovere per il quale il dover essere non deve far velo alla conoscenza”. Sul concetto di politica di Machiavelli, Cacciari aggiunge: “La politica è conflitto e la verità della politica è dovere e conoscenza del reale. La Politica è anche violenza, ma per essere politica deve essere una violenza ordinatrice. La politica non è né utopia né compiutamente una scienza”. Richiamandosi a Nietzsche, il quale sosteneva che “Machiavelli ha la chiarezza dell’antichità”, Cacciari sottolinea che la politica, non essendo caratterizzata da ‘processi regolari’, non può avere le caratteristiche di una scienza.

“Il politico deve sapere - ha aggiunto Cacciari -, come ribadito in un’opera di Fichte su Machiavelli, che l’uomo è cattivo, ma nel senso etimologico del termine. L’uomo è captivus perché fisiologicamente prigioniero dei suoi affetti e delle sue passioni, le quali non sono emendabili. Il politico deve servirsi delle passioni, conoscerle, per realizzare il proprio fine. Anche grazie a questo punto di partenza che Machiavelli fonda la ‘ragione di Stato’, la coscienza che lo Stato per durare ha una propria immanente ragione, una intrinseca razionalità. Lo Stato per essere Stato ha una propria logica immanente. Altro che relativismo”.

L’inquadramento filosofico di Machiavelli non poteva escludere quello storico e l’attualità del suo pensiero. A tal proposito, Cacciari pone l’accento su quello che definisce il dramma di Machiavelli: “Il dramma è che questo suo sapere dovrebbe risultare utilissimo a qualunque principe, ma, nonostante ciò, viene respinto, non viene utilizzato. Nello Stato moderno si crea una forte divergenza tra sapere e potere, incarnata dalla diversità del principe tra la sua fase di conquista e la sua fase di durata. Il sapere rappresenta il campo specifico dello scienziato, mentre la gestione del potere è prerogativa dell’ideologo: il primo ha il dovere di dire quella che gli appare essere la verità, il secondo è colui che affermerebbe che ‘Parigi val bene una messa’. Machiavelli vorrebbe essere uno scienziato nel momento in cui il principe, per mantenere il potere, ha bisogno di un ideologo”. Questa dinamica, secondo il filosofo, avrebbe determinato una sorta di degenerazione: “Il principe moderno vuole il cortigiano e non lo scienziato, per questo la scienza politica nello stato moderno va incontro a una deriva”.

Red.

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