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Bellona, l’Amministrazione comunale sbaglia a impelagarsi nel campo minato delle fake news

BELLONA – La decisione di iniziare una guerra contro le fake news da parte della Giunta comunale presieduta dal sindaco di Bellona, Filippo Abbate, per quanto possa richiamare alla romantica idea di debellare il falso dall’ambito conoscitivo collettivo, rappresenta un errore almeno sotto tre punti di vista. Il primo è puramente logico. Una falsa notizia non implica obbligatoriamente la presenza di una verità. La verità non ha una valenza assoluta o una essenza univoca, ma è fatta di tante sfaccettature che la rendono sfuggente e liquida. Attribuirsi il ruolo di censore delle fake news, vuol dire arrogarsi il diritto di discernere il vero dal falso. Basterebbe ricordare che in guerra come nella battaglia politica la prima vittima è sempre la verità, per rimarcare l’impossibilità e la quasi assurdità del ruolo che si prefigge l’Amministrazione comunale di Bellona. La censura arbitraria – o semplicemente la minaccia di censura arbitraria – attraverso lo strumento della denuncia, ha semplicemente il retrogusto amaro, soprattutto per una democrazia, dell’intimidazione all’opinione pubblica nel momento in cui essa esercita il sacrosanto diritto di parola e di critica che i dettami costituzionali le garantisce.

Il secondo aspetto è rappresentato dall’immagine che con la tale decisione la Giunta comunale dà di se stessa. Attraverso un atteggiamento di questo tipo, l’esecutivo dimostra di essere intimorito dal discredito che serpeggia nei suoi confronti, soprattutto dopo il disastro di Ilside; come dalla percezione di un calo di consensi nella comunità di appartenenza. Il politico che è sicuro della propria popolarità tra gli elettori e tra i cittadini raramente impugna l’arma giudiziaria, la sua posizione di forza lo rassicura di fronte a ogni pericolo. Basti ricordare che negli anni della prima repubblica (almeno fino alla seconda metà degli anni ’80) erano rarissime le azioni giudiziarie di esponenti politici finalizzate a tutelare l’immagine personale contro presunte diffamazioni, figurarsi contro le false notizie.

Il terzo aspetto a nostro avviso riguarda la legittimità della decisione, non certo da un punto di vista amministrativo (non ne abbiamo le competenze) ma etico. Pur presupponendo che l’Amministrazione comunale sia nel suo pieno diritto, appare inopportuno far pagare le spese legali a quegli stessi cittadini che potrebbero essere i destinatari dell’azione censoria del Comune.

Se il sindaco e i suoi avessero denunciato un commento o una notizia diffamatoria nel momento in cui il presunto reato si fosse concretizzato, senza tirare in ballo fake news o il clima da giacobina legge sui sospetti, nessuno avrebbe imputato scarsa lungimiranza agli amministratori.

Red.

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